Illustrazione di Roberta Lami

Ultimamente trovare il tempo per scrivere sta diventando sempre più difficile: tra il lavoro, la ricerca della casa nuova, la pargoletta, le sue millemila malattie letali e dulcis in fundo il pancione.

In una giornata faccio e dico talmente tante cose che alla sera non mi rimane più nemmeno la forza per pensare e quando mi siedo davanti al computer per scrivere, arriva il BUIO, anzi no il BIANCO.

Il bianco della pagina vuota con la barretta nera verticale di Word che lampeggia a inizio pagina e che per me in realtà non é sullo schermo del PC, ma direttamente nella testa: la mia testa diventa una scatola piena di una coltre bianca di nuvolette in stile paradiso, con una MEGA barra di word lampeggiante al suo centro… ed è lì che urla silente, con arroganza: PAUSA!

Barretta/niente barretta/barretta/niente barretta/barretta/niente barretta: un’intermittenza infinita che come uno screensaver ipnotizzante potrebbe tenermi in stand-by per sempre.

Ma se la sera è calma piatta, durante il giorno la caotica vita del mio cranio fa invidia allo storico Bazar di Istanbul: non esiste un secondo in cui non pensi contemporaneamente a:

•           5 prossime azioni da mettere in atto,

•           4 possibili scenari per azione,

•           3 probabili conseguenze per ogni scenario e

•           l’analisi più opportuna da applicare, per una prioritizzazione delle azioni al fine di scegliere lo scenario con minori o nulle conseguenze catastrofiche.

Ormai credo che gran parte degli esseri umani sia abituata a ragionare in questo modo, per adattarsi alla velocità della vita odierna, trasformandosi in piccoli automi impegnati a vivere efficientemente come farebbe un computer della NASA, che però, piccolo dettaglio, in realtà non ha mai vissuto.

Non so se mi spiego: abbiamo creato macchine in grado di fare azioni al nostro posto, per ottimizzare i tempi di lavoro, al fine di potercela prendere con più calma e vivere più rilassati e che invece, alla fine, ci hanno obbligati ad essere in competizione con loro, rendendo tutto ancora più veloce e inesorabilmente più stressante di prima.

A volte mi chiedo se, quando cammino per andare da un posto all’altro, la gente che mi osserva si accorge che il mio cervello è in continuo movimento, se sente il persistente stridio degli ingranaggi o intravede il fumo che ogni tanto ne esce fuori. Alla fine la risposta che mi dò é NO: probabilmente è troppo impegnata a far funzionare gli ingranaggi dentro di sé per percepire quelli di chi lo circonda.

L’altro giorno però, mentre stavo andando dalla mia scrivania alla stampante (che si trova due uffici più in là rispetto al mio), ho alzato lo sguardo per prepararmi a salutare una collega che veniva nella mia direzione. In realtà si stava dirigendo alla toilet, che si trova dietro il mio ufficio, e a dirla tutta penso non mi abbia nemmeno vista. Camminava con un mezzo sorriso stampato sulla faccia, uno di quei sorrisi di contentezza/rilassatezza che si tengono pronti casomai si incontrasse qualcuno, come se fosse la persona più rilassata e distesa di questo mondo. Prima di incontrarmi però svolta verso il bagno, mette una mano sulla porta per spingerla e non appena questa si apre di poco, come se fosse già entrata nell’area bagno e potesse rilassarsi, smette immediatamente il sorriso e il volto le si rabbuia in uno sguardo basso e colmo di tristezza.

In quel momento è stato come se i suoi efficienti e ben funzionanti ingranaggi si fossero inceppati per arrivare allo stadio del mio stand-by serale, ma non vestito di bianco, no… avrei detto piuttosto un total black.

Nel momento in cui pensava di non essere più vista, di essere già in un ambiente solitario, ha calato la sua maschera da “tutto va alla grande” e scoperto il suo viso in mood “quasi quasi mi butto dalla finestra”.

Eppure è cosí che ogni tanto viviamo la vita, è cosí che ci vergogniamo di far vedere agli altri le nostre fragilità e che inevitabilmente il segreto forzato si accumula al peso dei problemi, diventando spesso calcare su un macigno già bello voluminoso.

Eh allora oggi mi dico, vi dico: puliamo vie quel cerone da attore di Hollywood che abbiamo in faccia, pronto a dimostrare a tutti che siamo belli, invincibili, fotogenici e invidiabili, perché quello strato non traspirante di cera, non nasconde solo i nostri difetti o vulnerabilità, ma anche chi siamo veramente… togliendo identità al nostro corpo e al nostro spirito, per farci diventare solamente velocissimi fantasmi della vita.

Erika Lami

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